Se lo scopo ben riuscito di un libro, soprattutto di poesia, è quello di produrre un processo di agnizione nel lettore, ebbene, quest’ultimo lavoro di cui andremo a parlare raggiunge pienamente il suo scopo. E questo perché De Santis è Autore dalle caratteristiche non consuete nel panorama letterario attuale, dove la maggior parte delle poetiche sono ancora orientate da derive ideologiche o culturali frequentemente improntate ad una tarda ombra dei manifesti o movimenti del secolo scorso. Questo libro, invece, a saperlo esplorare con attenzione, si colloca potentemente in una ottica post-novecentesca verso la quale ci proietta. E’, insomma, il nuovo che arriva e non solo per il recupero comunicativo e narrativo di un linguaggio, che pur privilegiando il frammento e la brevità (vedremo successivamente ciò che sta alla base di questa funzionale scelta linguistica), ci invita ad uno sguardo sia poetico, sia esistenziale sui poliedrici aspetti del reale e le contraddizioni, in essi e dietro di essi, contenuti.
Ritengo, pertanto, che De Santis, rispetto ai conosciuti movimenti poetici proponga la presenza di una nuova soggettività, ritornando nell’alveo di quello che poi, in definitiva, è sempre stato il vero firmamento della storia della poesia. Storia contraddistinta e segnata dalle grandi personalità (soggettività) poetiche che, pur essendo inevitabilmente figlie della loro contemporaneità, sono riuscite a uscirne consegnandoci lavori che hanno superato il loro tempo. Anche in questo senso il nostro Autore si chiama fuori da correnti letterarie del recente passato, così come del presente, per mostrare tutta quella che è la propria originale personalità, precisando, da subito, che questo non è preludio verso un temutissimo recupero dell’istanza dell’Io, così profondamente avversato e vituperato nel secolo scorso, ed anche nell’oggi.
Su queste pagine si osserva un utilizzo magistrale dello strumento poetico, molto efficace, attraverso cui riesce ad offrire al lettore una ulteriore possibilità, originale (ed originaria), legata alla propria visione e conoscenza del mondo; mondo inteso nella propria totale accezione, intesa come variegata complessità ed ambiguità dell’esistente. In questo, dicevo, la sua poesia di differenzia da lavori poetici parcellari, focalizzati su temi o aspetti specifici del vivere, e che utilizzano più o meno consapevolmente uno sguardo spesso condizionato da gabbie culturali che ne informano e deformano il risultato.
La poesia che leggiamo all’interno di questo volume, offre profonde aperture sull’umano e su ciò che in esso transita. Ma sempre con la coscienza che il linguaggio poetico possieda al suo interno una impossibilità determinata dall’incapacità dello strumento stesso, che mai può afferrare e com-prendere totalmente ogni aspetto del reale, soggettivo od oggettivo che sia. Una bella frase di De Santis, che mi piace riportare ed assai emblematica del suo modo di intendere la poesia è che:” Si può affermare che la storia della poesia e della letteratura sia la storia di un fallimento, un’impossibilità che si ripete sistematicamente. Questa dinamica, apparentemente stereotipata e patologica, è di converso la stratificazione della bellezza poetica accumulata nei secoli. Grazie al fallimento noi possiamo generare la bellezza.” Una affermazione che già appare come una dichiarazione assai precisa di poetica, e che definisce, altresì, il ruolo ed il progetto “inattuabile” sia dalla lingua che dalle intenzioni di scrittura. Storicamente, questa presa di posizione proietta De Santis nel presente e nell’immediato futuro poiché, come prima accennato, lo distanzia da tanta produzione novecentesca che faceva dei manifesti veri e propri manuali di scrittura in cui il dubbio poetico, così come i concetti di intrinseco fallimento o di impossibilità, nemmeno erano presi in considerazione. I canoni poetici dettati dai manifesti, se letti oggi, appaiono come macchine letterarie, pur straordinarie, ma spesso univoche, con cui produrre poesia ed un consequenziale sguardo sul mondo. La scrittura utilizzata da De Santis ha lasciato alle spalle queste convinzioni, spogliandosi del pervasivo retaggio del recente passato.
Sfogliando il volume notiamo di come si distenda su otto sezioni per un totale di ottantacinque poesie; è da notare, non casualmente, di come due sezioni siano ispirate da sostantivi concreti, fiume e deserto, mentre le altre sei traggano spunto da nomi astratti quali silenzio, speranza, presente, esilio, amore e assenza, separazione. Anche qui troviamo esemplificata la scelta dell’Autore, legata ad una efficace oscillazione tra esterno ed interno, tra oggettività e soggettività, nell’accettazione di una continuità inscindibile tra queste due istanze. E questo perché l’orizzonte su cui il nostro Autore si avventura ed orienta comprende l’intero ventaglio dell’esperienza umana, da attraversare e riportare in tutti quelli che sono i suoi aspetti più peculiari e profondi….
Tutti gli esseri umani, in ogni epoca e in ogni luogo, devono rapportarsi con la morte, con l’amore, con la perdita, con la speranza, con la violenza della natura. In quanto universali, tali temi non possono scivolare nell’ovvio, ma appartengono essenzialmente alla loro stessa insondabilità, quindi al mistero:” Il respiro/ nero/brucia nell’ansia/ di non afferrare/ quel che si crede/ vero./” pagina 81 o, ancora, a pagina 104:” Gracili emozioni/ svolano nella finta/ primavera. /Chissà se tutto questo/ non sia comunque/ vero!” . De Santis ci ricorda che l’indagine su questi aspetti è da considerarsi come la necessità di svelare un segreto intorno e dentro al quale ci arrovelliamo da sempre, pur senza mai trovare una parola definitiva. Questo punto di vista è accompagnato anche dalla certezza che non esistano contraddizioni tra gli opposti che viviamo quotidianamente, ma che essi coesistano come stato naturale delle cose o degli eventi; la bellezza è già attraversato dall’orrore, l’amore dalla propria fine, così come nelle poesie non si fa riferimento ad una illusione esistenziale o salvifica, perché all’interno della spinta vitale, vi è già, e contemporaneamente, il disfacimento; altrettanto per il sentimento della nostalgia che ci accompagna e che contiene in sé, però, una contemporanea possibilità di una speranza: “La speranza è la cosa più importante,/ è lieve come all’inizio e non lascia impronte.” Pagina 86. Il pensiero del nostro Autore approda, qui, ad una personale e moderna meditazione che si distanzia, ad esempio, dal notissimo punto di vista leopardiano, in cui illusione/disillusione appartengono a fasi successive ed alterne di un percorso di pensiero; in De Santis si evince, invece, una contemporaneità tra queste condizioni, con l’esposizione di una propria posizione che appare come assolutamente contemporanea, laica, in cui si esprime la possibilità, senza alcuna opzione morale, di osservare e descrivere l’ambiguità che fa parte dell’ordine (o disordine) naturale delle cose e del loro divenire.
La poesia di De Santis allora diventa strumento conoscitivo per eccellenza, dotandosi però di quella veste testuale che, negli anni, e rispetto alle sue opere poetiche precedenti, è andata verso una sempre maggiore chiarezza espressiva, mediando la presenza di aspetti lirici ma contemporaneamente maggiormente narrativi: ”Vigila sulla terra immobile/ la poiana/ artiglia il tempo per ore/ e non lo lascia muovere”. Restando fedele, comunque, ad una sorta di visione immaginifica, che mai affonda in aspetti didascalici o imperativi: “L’argine ha la forma/ di un serpente minaccioso./ La piena erode il buio/ e nel sonno infigge/ le sue scaglie melmose.” . A tale proposito è interessante rifarsi anche al titolo in cui si nomina quella “distanza” in cui “le cose”, distanziandosi gradualmente dalla luce del giorno, si offrono attraverso una diversa luminosità, più soffusa. Luminosità in grado di generare una contemplazione che deve necessariamente essere più attenta, più silenziosa e meno affollata. All’interno di questo silenzio al lettore viene offerta un’area solitaria, in cui poter acquisire un maggior sensodi ciò che si è avuto e perduto allo stesso tempo. In questo luogo, testuale e poetico che invita alla scoperta, si svela una coesistente ambivalenza in linea col progetto che innerva tutto il volume; progetto che suggerisce di come sia soprattutto nel momento in cui tanto più si afferra qualche aspetto della vita, che tanto più se ne comprende nettamente il senso di perdita. E’ all’interno di questa complessità che l’Autore propone una chiave di lettura che non fornisce, né vuole fornire, risposte, ma una maggiore e libera visione in cui proporre quella nuova soggettività che diviene strumento privilegiato per emendarsi, (per ciò che è possibile storicamente) dai processi culturali in cui siamo stati immersi. In questo ritengo che queste poesie siano il “nuovo che preme”, non tanto per uno scardinamento del linguaggio, ma per ciò che sta alla base della creazione del testo; uno sguardo emancipato dalle briglie del recente passato, che fonda il proprio percorso su di una irrinunciabile e costitutiva soggettività che appare come assolutamente moderna, distante e differente, tanto per richiamare un esempio, dalla soggettività anti-illuminista che ha prodotto il periodo del Romanticismo.
Richiamandoci a questi versi ci accorgiamo di come aprano a silenziose presenze, attimi e attese rarefatte, o risonanze ed orizzonti interiori ed esteriori che ricordano contemporaneamente sia l’intensità del vivere, quando non l’angoscia e la morte dell’uomo: ”Potrebbe essere un velo o un’infinita notte/questa notte, dove le piccole fiammelle giungono/dall’aldilà. Sono i fuochi del già avvenuto/ o dell’eternità. In un alfabeto stellare comunicano./ Quei morti comunicano la morte.” Così dalla quarta di copertina. Ma, come già detto, questo percorso impone sempre, al lettore, l’oscillazione costante, calibratissima, tra opposti che convivono come ossimori, così come accade nel quotidiano all’interno di una esplorazione poliedrica dell’esistente.
Una tale intuizione non può che essere rappresentata da una poesia che si affida al frammento, testo breve seppur incisivo, che incarna perfettamente quell’attimo; unica possibilità legata alla cattura dello specifico momento, in una sorta di intuizione derivata dalla luce soffusa, ma straordinaria, che De Santis ritiene propria dello strumento poetico. E’ in quell’istante che il nostro poeta ci conduce ad un contatto primigenio, che sta prima ed al di là di ogni ragione, in vicinanza con l’universalità del reale, del Tutto.Solo per sprazzi è possibile trovarsi in quella prospettiva particolare per poter vedere diversamente: momenti rari, non programmabili, che questi testi riescono a restituire alla pagina. In questo si avverte le profondità di questa esplorazione, dove l’Autore ci indica che è proprio attraverso questa luce poetica che noi tutti cerchiamo di non smarrirci all’interno dello straniamento a cui questo caos, (o principio di realtà interno ed esterno), induce.
Questi testi divengono, così, anche salvaguardia, rapimento, verso quella condizione di precarietà antropologica legata al confronto con tutto ciò che circonda e, quindi, anche con la storia. Questo passaggio ci fa aggiungere che, per il nostro Autore, la poesia non appartiene soltanto ad una dimensione longitudinale o assoluta ma che, inevitabilmente, si innerva e viene determinata anche dalla realtà temporale. La poesia è, dunque, di questo tempo, ma contemporaneamente appartiene ad ogni tempo ed è da considerarsi come un eterno presente, un tempo cristallizzato sull’eternità; ricordando Ungaretti si potrebbe esprimerla come “la realtà eterna della poesia.” Ciò ci suggerisce che, se proprio si esce da qualcosa si esce, allora, dall’ordine temporale normalmente considerato: “Come puoi pensare di restare/ per sempre?/ Il fiume non smette/ di correre e il cielo cambia/ in ogni momento. Solo lo stagno illude/ chi si specchia. /Ma il paesaggio di ieri/ non esiste e quello di oggi/ vive solo un istante.” Pagina 94. Questi versi appaiono emblematici dell’apparente dualismo tra presenza ed assenza, tra realtà ed irrealtà, in cui si coglie un irrinunciabile paradosso, che si accompagna, letterariamente, verso quella sfumata ambiguità che è sempre funzionale allo scopo testuale.
In sintesi ritengo che De Santis offra ed inauguri una nuovo soggetto poetico (che non è l’io) che chiude e si lascia alle spalle il secolo scorso, ristabilendo il primato dell’Autore rispetto alle sovrastrutture della propria epoca. Così come ci obbliga a prendere atto del superamento di tanta letteratura novecentesca fortemente improntata da un utilizzo ideologico o sociale del proprio fare. La nuova soggettività di De Santis appare come forma diversa della concezione e della messa in atto poetica, privilegiando uno sguardo più profondo, individuale, che invita ad osservare noi stessi e la realtà da un punto di vista oscillante, mai certo o precostituito. In fondo questo è il ritorno alla centralità più profonda dell’essere umano e dall’Autore, in cui trova maggior spazio ciò che più profondamente si percepisce, unisce; così nell’angoscia, così nella bellezza e nella finitudine, nello stupore e nell’orrore del mondo e dello sguardo, così nell’ineliminabile ambivalenza che tanto ci caratterizza e distingue come linguaggio e come specie.