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  • Il nuovo che preme (Marco Fregni su “Nelle distanze del giorno”)

    Se lo scopo ben riuscito di un libro, soprattutto di poesia, è quello di produrre un processo di agnizione nel lettore, ebbene, quest’ultimo lavoro di cui andremo a parlare raggiunge pienamente il suo scopo. E questo perché De Santis è Autore dalle caratteristiche non consuete nel panorama letterario attuale, dove la maggior parte delle poetiche sono ancora orientate da derive ideologiche o culturali frequentemente improntate ad una tarda ombra dei manifesti o movimenti del secolo scorso. Questo libro, invece, a saperlo esplorare con attenzione, si colloca potentemente in una ottica post-novecentesca verso la quale ci proietta. E’, insomma, il nuovo che arriva e non solo per il recupero comunicativo e narrativo di un linguaggio, che pur privilegiando il frammento e la brevità (vedremo successivamente ciò che sta alla base di questa funzionale scelta linguistica), ci invita ad uno sguardo sia poetico, sia esistenziale sui poliedrici aspetti del reale e le contraddizioni, in essi e dietro di essi, contenuti.

    Ritengo, pertanto, che De Santis, rispetto ai conosciuti movimenti poetici proponga la presenza di una nuova soggettività, ritornando nell’alveo di quello che poi, in definitiva, è sempre stato il vero firmamento della storia della poesia. Storia contraddistinta e segnata dalle grandi personalità (soggettività) poetiche che, pur essendo inevitabilmente figlie della loro contemporaneità, sono riuscite a uscirne consegnandoci lavori che hanno superato il loro tempo. Anche in questo senso il nostro Autore si chiama fuori da correnti letterarie del recente passato, così come del presente, per mostrare tutta quella che è la propria originale personalità, precisando, da subito, che questo non è preludio verso un temutissimo recupero dell’istanza dell’Io, così profondamente avversato e vituperato nel secolo scorso, ed anche nell’oggi.

    Su queste pagine si osserva un utilizzo magistrale dello strumento poetico, molto efficace, attraverso cui riesce ad offrire al lettore una ulteriore possibilità, originale (ed originaria), legata alla propria visione e conoscenza del mondo; mondo inteso nella propria totale accezione, intesa come variegata complessità ed ambiguità dell’esistente. In questo, dicevo, la sua poesia di differenzia da lavori poetici parcellari, focalizzati su temi o aspetti specifici del vivere, e che utilizzano più o meno consapevolmente uno sguardo spesso condizionato da gabbie culturali che ne informano e deformano il risultato.

    La poesia che leggiamo all’interno di questo volume, offre profonde aperture sull’umano e su ciò che in esso transita. Ma sempre con la coscienza che il linguaggio poetico possieda al suo interno una impossibilità determinata dall’incapacità dello strumento stesso, che mai può afferrare e com-prendere totalmente ogni aspetto del reale, soggettivo od oggettivo che sia. Una bella frase di De Santis, che mi piace riportare ed assai emblematica del suo modo di intendere la poesia è che:” Si può affermare che la storia della poesia e della letteratura sia la storia di un fallimento, un’impossibilità che si ripete sistematicamente. Questa dinamica, apparentemente stereotipata e patologica, è di converso la stratificazione della bellezza poetica accumulata nei secoli. Grazie al fallimento noi possiamo generare la bellezza.” Una affermazione che già appare come una dichiarazione assai precisa di poetica, e che definisce, altresì, il ruolo ed il progetto “inattuabile” sia dalla lingua che dalle intenzioni di scrittura. Storicamente, questa presa di posizione proietta De Santis nel presente e nell’immediato futuro poiché, come prima accennato, lo distanzia da tanta produzione novecentesca che faceva dei manifesti veri e propri manuali di scrittura in cui il dubbio poetico, così come i concetti di intrinseco fallimento o di impossibilità, nemmeno erano presi in considerazione. I canoni poetici dettati dai manifesti, se letti oggi, appaiono come macchine letterarie, pur straordinarie, ma spesso univoche, con cui produrre poesia ed un consequenziale sguardo sul mondo. La scrittura utilizzata da De Santis ha lasciato alle spalle queste convinzioni, spogliandosi del pervasivo retaggio del recente passato.

    Sfogliando il volume notiamo di come si distenda su otto sezioni per un totale di ottantacinque poesie; è da notare, non casualmente, di come due sezioni siano ispirate da sostantivi concreti, fiume e deserto, mentre le altre sei traggano spunto da nomi astratti quali silenzio, speranza, presente, esilio, amore e assenza, separazione. Anche qui troviamo esemplificata la scelta dell’Autore, legata ad una efficace oscillazione tra esterno ed interno, tra oggettività e soggettività, nell’accettazione di una continuità inscindibile tra queste due istanze. E questo perché l’orizzonte su cui il nostro Autore si avventura ed orienta comprende l’intero ventaglio dell’esperienza umana, da attraversare e riportare in tutti quelli che sono i suoi aspetti più peculiari e profondi….

    Tutti gli esseri umani, in ogni epoca e in ogni luogo, devono rapportarsi con la morte, con l’amore, con la perdita, con la speranza, con la violenza della natura. In quanto universali, tali temi non possono scivolare nell’ovvio, ma appartengono essenzialmente alla loro stessa insondabilità, quindi al mistero:” Il respiro/ nero/brucia nell’ansia/ di non afferrare/ quel che si crede/ vero./” pagina 81 o, ancora, a pagina 104:” Gracili emozioni/ svolano nella finta/ primavera. /Chissà se tutto questo/ non sia comunque/ vero!” . De Santis ci ricorda che l’indagine su questi aspetti è da considerarsi come la necessità di svelare un segreto intorno e dentro al quale ci arrovelliamo da sempre, pur senza mai trovare una parola definitiva. Questo punto di vista è accompagnato anche dalla certezza che non esistano contraddizioni tra gli opposti che viviamo quotidianamente, ma che essi coesistano come stato naturale delle cose o degli eventi; la bellezza è già attraversato dall’orrore, l’amore dalla propria fine, così come nelle poesie non si fa riferimento ad una illusione esistenziale o salvifica, perché all’interno della spinta vitale, vi è già, e contemporaneamente, il disfacimento; altrettanto per il sentimento della nostalgia che ci accompagna e che contiene in sé, però, una contemporanea possibilità di una speranza: “La speranza è la cosa più importante,/ è lieve come all’inizio e non lascia impronte.” Pagina 86. Il pensiero del nostro Autore approda, qui, ad una personale e moderna meditazione che si distanzia, ad esempio, dal notissimo punto di vista leopardiano, in cui illusione/disillusione appartengono a fasi successive ed alterne di un percorso di pensiero; in De Santis si evince, invece, una contemporaneità tra queste condizioni, con l’esposizione di una propria posizione che appare come assolutamente contemporanea, laica, in cui si esprime la possibilità, senza alcuna opzione morale, di osservare e descrivere l’ambiguità che fa parte dell’ordine (o disordine) naturale delle cose e del loro divenire.

    La poesia di De Santis allora diventa strumento conoscitivo per eccellenza, dotandosi però di quella veste testuale che, negli anni, e rispetto alle sue opere poetiche precedenti, è andata verso una sempre maggiore chiarezza espressiva, mediando la presenza di aspetti lirici ma contemporaneamente maggiormente narrativi: ”Vigila sulla terra immobile/ la poiana/ artiglia il tempo per ore/ e non lo lascia muovere”. Restando fedele, comunque, ad una sorta di visione immaginifica, che mai affonda in aspetti didascalici o imperativi: “L’argine ha la forma/ di un serpente minaccioso./ La piena erode il buio/ e nel sonno infigge/ le sue scaglie melmose.” . A tale proposito è interessante rifarsi anche al titolo in cui si nomina quella “distanza” in cui “le cose”, distanziandosi gradualmente dalla luce del giorno, si offrono attraverso una diversa luminosità, più soffusa. Luminosità in grado di generare una contemplazione che deve necessariamente essere più attenta, più silenziosa e meno affollata. All’interno di questo silenzio al lettore viene offerta un’area solitaria, in cui poter acquisire un maggior sensodi ciò che si è avuto e perduto allo stesso tempo. In questo luogo, testuale e poetico che invita alla scoperta, si svela una coesistente ambivalenza in linea col progetto che innerva tutto il volume; progetto che suggerisce di come sia soprattutto nel momento in cui tanto più si afferra qualche aspetto della vita, che tanto più se ne comprende nettamente il senso di perdita. E’ all’interno di questa complessità che l’Autore propone una chiave di lettura che non fornisce, né vuole fornire, risposte, ma una maggiore e libera visione in cui proporre quella nuova soggettività che diviene strumento privilegiato per emendarsi, (per ciò che è possibile storicamente) dai processi culturali in cui siamo stati immersi. In questo ritengo che queste poesie siano il “nuovo che preme”, non tanto per uno scardinamento del linguaggio, ma per ciò che sta alla base della creazione del testo; uno sguardo emancipato dalle briglie del recente passato, che fonda il proprio percorso su di una irrinunciabile e costitutiva soggettività che appare come assolutamente moderna, distante e differente, tanto per richiamare un esempio, dalla soggettività anti-illuminista che ha prodotto il periodo del Romanticismo.

    Richiamandoci a questi versi ci accorgiamo di come aprano a silenziose presenze, attimi e attese rarefatte, o risonanze ed orizzonti interiori ed esteriori che ricordano contemporaneamente sia l’intensità del vivere, quando non l’angoscia e la morte dell’uomo: ”Potrebbe essere un velo o un’infinita notte/questa notte, dove le piccole fiammelle giungono/dall’aldilà. Sono i fuochi del già avvenuto/ o dell’eternità. In un alfabeto stellare comunicano./ Quei morti comunicano la morte.” Così dalla quarta di copertina. Ma, come già detto, questo percorso impone sempre, al lettore, l’oscillazione costante, calibratissima, tra opposti che convivono come ossimori, così come accade nel quotidiano all’interno di una esplorazione poliedrica dell’esistente.

    Una tale intuizione non può che essere rappresentata da una poesia che si affida al frammento, testo breve seppur incisivo, che incarna perfettamente quell’attimo; unica possibilità legata alla cattura dello specifico momento, in una sorta di intuizione derivata dalla luce soffusa, ma straordinaria, che De Santis ritiene propria dello strumento poetico. E’ in quell’istante che il nostro poeta ci conduce ad un contatto primigenio, che sta prima ed al di là di ogni ragione, in vicinanza con l’universalità del reale, del Tutto.Solo per sprazzi è possibile trovarsi in quella prospettiva particolare per poter vedere diversamente: momenti rari, non programmabili, che questi testi riescono a restituire alla pagina. In questo si avverte le profondità di questa esplorazione, dove l’Autore ci indica che è proprio attraverso questa luce poetica che noi tutti cerchiamo di non smarrirci all’interno dello straniamento a cui questo caos, (o principio di realtà interno ed esterno), induce.

    Questi testi divengono, così, anche salvaguardia, rapimento, verso quella condizione di precarietà antropologica legata al confronto con tutto ciò che circonda e, quindi, anche con la storia. Questo passaggio ci fa aggiungere che, per il nostro Autore, la poesia non appartiene soltanto ad una dimensione longitudinale o assoluta ma che, inevitabilmente, si innerva e viene determinata anche dalla realtà temporale. La poesia è, dunque, di questo tempo, ma contemporaneamente appartiene ad ogni tempo ed è da considerarsi come un eterno presente, un tempo cristallizzato sull’eternità; ricordando Ungaretti si potrebbe esprimerla come “la realtà eterna della poesia.” Ciò ci suggerisce che, se proprio si esce da qualcosa si esce, allora, dall’ordine temporale normalmente considerato: “Come puoi pensare di restare/ per sempre?/ Il fiume non smette/ di correre e il cielo cambia/ in ogni momento. Solo lo stagno illude/ chi si specchia. /Ma il paesaggio di ieri/ non esiste e quello di oggi/ vive solo un istante.” Pagina 94. Questi versi appaiono emblematici dell’apparente dualismo tra presenza ed assenza, tra realtà ed irrealtà, in cui si coglie un irrinunciabile paradosso, che si accompagna, letterariamente, verso quella sfumata ambiguità che è sempre funzionale allo scopo testuale.

    In sintesi ritengo che De Santis offra ed inauguri una nuovo soggetto poetico (che non è l’io) che chiude e si lascia alle spalle il secolo scorso, ristabilendo il primato dell’Autore rispetto alle sovrastrutture della propria epoca. Così come ci obbliga a prendere atto del superamento di tanta letteratura novecentesca fortemente improntata da un utilizzo ideologico o sociale del proprio fare. La nuova soggettività di De Santis appare come forma diversa della concezione e della messa in atto poetica, privilegiando uno sguardo più profondo, individuale, che invita ad osservare noi stessi e la realtà da un punto di vista oscillante, mai certo o precostituito. In fondo questo è il ritorno alla centralità più profonda dell’essere umano e dall’Autore, in cui trova maggior spazio ciò che più profondamente si percepisce, unisce; così nell’angoscia, così nella bellezza e nella finitudine, nello stupore e nell’orrore del mondo e dello sguardo, così nell’ineliminabile ambivalenza che tanto ci caratterizza e distingue come linguaggio e come specie.

  • Nelle distanze del giorno

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    Il respiro

    nero

    brucia nell’ansia

    di non afferrare

    quel che si crede

    vero.

    È solo una svista

    il tempo

    groviglio

    di voglia, rimpianto,

    inattuale destino,

    scompiglio

    di muscoli e cuore

    crepa

    nell’ansia più scura

    cieco

    nel vero amore

    non visto

    siderale groviglio,

    rimpianto

    destino inattuale.

    *

    Germogliano i fiori.

    Germogliano i morti.

    Germoglia la lontananza.

    Germogliano i passanti nel nulla.

    Germogliano i volti e sbiadiscono.

    Ritorna il dolore di una vuota memoria.

    Germoglia l’ipotesi

    di perdere ancora.

    *

    Rifugiarsi in un bar, in un museo,

    in un ristorante, forse solo per tornare

    ad essere amanti o per conforto

    dalla pioggia – confonde la sventura con la tristezza.

    Nella giusta città si potrebbe attendere

    sotto la loggia, sapendo che niente più

    potrà arrivare se non l’allegrezza – unico

    vero segreto del mondo.

    *

    Raccogliere i capelli della nostra sera

    seminandoli all’alba nel giardino.

    Di sera in sera verrà la pianta.

    Ora tutto è già distante.

  • Osso

    Osso


    Presenza e metamorfosi
    di Carlo Alberto Sitta

    Ne “L’albero del pane”, la prima raccolta di poesie di Fabio De Santis, il prefatore Vincenzo Guarracino inquadrava quell’esordio tra due poli interconnessi, “assenza” e “miraggio”. Lettura corretta, trattandosi nel caso di una scrittura in equilibro progressivo di sottrazione e nominazione. In quella significativa ricerca emergeva una caratteristica che sarebbe poi diventata una costante: scrivere come viandanti in cerca di un orizzonte, laddove, fuor di metafora, le parole si cercano per comporsi e ricomporsi in una poetica. Il che dona alla scrittura un elemento di forte identità, sul piano del senso e delle interne relazioni. Anche se la poetica resta poi sempre un’architettura in fieri, una catasta di travi da montare. Ora non si smentisce il rapporto iniziale, in questo nuovo libro, dato che vi permane l’assenza come certezza palpabile, un vuoto pieno di cose, quelle stesse che alimentano la fata morgana delle visioni e delle nominazioni. Intanto il miraggio, fonte di aspettative, ha avuto tempo e occasioni per misurarsi con eventi e accadimenti. La poesia resta sempre la testimone, innocente e partecipe, di ciò che il mondo esprime nel bene e nel male. Su questi approdi Fabio De Santis aggiunge un reperto per certi aspetti imprevedibile: in questa raccolta, c’è un osso scoperto che emerge, o meglio un sottofondo che in buon sostanza è la parte solidificata di un nervo. Il carattere oggettivo e correlato della scrittura tende a puntare l’indice, comunque mitico, in altra direzione, a ricomporsi in una diversa dicotomia, questa volta tra presenza e metamorfosi. Un ribaltamento che sa di inversione di rotta, di navigazione che, nel cerchio dell’orizzonte, scopre e attinge un approdo, sia pure in un mare sempre aperto.


    Quattro Poesie

    Questa notte mentre non c’eri ti ho baciato senza sosta
    e mi hai chiesto: “Cos’è quest’osso
    che mi hai lasciato nella bocca?”.
    Ho risposto: “Non so, non saprei dire, non posso.
    Forse è sempre stato lì, è tutto quel che resta dell’inverno”.

    I balestrucci tornano nel vagone del vento,
    non curandosi del viaggio e del tempo.

    Mi fermo sul tuo fianco, accendo un fuoco,
    ti aspetto un poco, arrivi presto, sei sempre stata qui
    come lo sfondo dietro il volo degli uccelli.
    Ma ora sei acqua che disseta i greti
    per farci navigare fino all’orlo estremo del mare.

    *

    Sono il cedro,
    l’albero del tempo,
    dove stringi le tue cosce intorno
    al legno, mentre goccioli parole
    e turbamento nel verde delle ferme ali.
    Ti portano lontano nell’Oriente,
    a volte solo dietro l’angolo
    a un passo dall’abisso, oppure
    tra le rughe dell’aria
    in mezzo a un altro tempo.
    Così passeggi tra la gente
    che nulla conosce veramente del tuo corpo
    emerso nei miei occhi come un’altra età.

    *

    Luna

    Dovremmo, sai, aggrapparci
                a qualcosa
    per mantenere – si fa per dire – i piedi
    in terra.
          “Lasciando impronte ci ricorderanno?”
    domandi pallida.

    E guardo i segni dei tuoi tacchi e le orme delle tennis.

    Saranno trascorsi cinquant’anni dall’ultima volta
    che ci ha presi nella sua solitudine.

         Ma sarà importante farsi ricordare…
    penso a voce alta.

    Non ci sono suoni, non un rumore
    per distoglierci dal nostro passeggiare.

          E noi, sai, dovremmo solo
    aggrapparci a qualcosa
    per non lasciarci andare.

    *

    Niente

    Viviamo della vita e abitiamo
    nella morte.

             Dalla vita
    rubiamo degli strani oggetti
    impilandoli nella collezione
    dei simboli.

            Guardandoli
    dal nostro divenire
    nel niente

           sappiamo
    quanto siamo disposti a perdere.
    E così
      per più morire
    bisogna più amare.

    In ognuno di questi baci
    vedo una lacrima scivolare,
    infine. nel secchio da versare.

  • L’albero del Pane

    L’albero del Pane

    Dalla prefazione di Vincenzo Guarracino a L’albero del Pane edito da Edizioni del Laboratorio nel 2006.


    Gli alberi, diceva il grande poeta indiano Rabindranath Tagore, “sono lo sforzo infinito della terra per parlare al cielo in ascolto”, ma anche, aggiungiamo noi, per comunicare con gli umani, ponendosi a un punto di intersezione di uno spazio che aspetta di essere agito, di ricevere e dare un senso. In essi, simbolo della vita stessa del cosmo, della sua crescita, generazione e rigenerazione, l’umanità ha da sempre amato vedere, come in una sorta di proiezione del desiderio, l’emblema archetipico dello spazio materno e ospitale e al tempo stesso il più perfetto equivalente della propria ansia di assoluto e di comunione con la Natura, attraverso l’interrogazione e decifrazione del gran Mistero inscritto nel suo essenziale messaggio, come ha mirabilmente insegnato il Baudelaire di Corrispondenze.

    È a questo che viene fatto di pensare leggendo L’albero del pane di Fabio De Santis, che appare essere ben più di una semplice raccolta di liriche, tenute insieme da un particolare motivo tematico, nel momento in cui pagina dopo pagina si rivela dotata di una coerenza poematica e narrativa perseguita con dichiarata volontà: l’impressione di trovarsi tra le creature di una foresta viva e proliferante, dove ogni cosa sia posta a gelosa tutela e garanzia di un significato, quasi elemento di un Codice, personale e nello stesso tempo universale, in cui si celi la verità stessa della vita e il segreto dell’immaginario di ognuno, foresta da praticarsi con le mappe della scrittura, con l’ausilio di una parola energetica e salvifica, quale è quella della poesia.



    Quattro poesie da L’albero del Pane

    A piene mani in una terra orientale,
    o artica, o slava, nel bianco,
    nella sabbia. Nella piena del fiume,
    nella rabbia, la vela ossidata
    sul mediterraneo. Nell’orario
    aurale della pesca i pescatori
    in rete di fama e
    quelli in cerca di una lisca
    di terra. Gli uomini presi,
    gli uomini persi nella rete.

    *

    Non hai risposto; eppure
    ti ho portato quella tela,
    gli acquerelli: sono ancora
    intonsi nella busta della spesa.
    Gettati su una riva da una densità
    di sale, ancora viva la paura
    di affondare in un caos di lingue
    e colori. Ti dico parlami,
    raccontami la disperanza: un
    barcone, una carie nel cuore,
    la terra nelle calze.
    Siamo il grano che rinasce
    solo se prima muore. Forse
    questa la risposta innata
    al quesito rotolato nel burrone
    e non recuperato.

    *

    La verità, l’inservibile residuo
    nella coppa. I grandi uccelli di mare
    chiamano a guardare le vele
    che andranno a consumarsi nelle gole
    di un dolce urlo, nella zuffa
    di un reticolato di frontiera,

    in una botola vulcanica, su un’isola
    persa. Mentre stretti rubinetti di mare
    cristallizzano: sono fermi viali
    alberati e non preparano il ritorno.
    Nessun ritorno.

    *

    Queste insegne, queste pensiline,
    sulla riva della strada si sta
    come le pietre, o i bruchi al mercato
    dei pendolari: sono i capouffici,
    i manager, i manovali,
    sono i passanti che non passano, eppure
    da qui non torneranno.

  • L’erede silenzioso

    L’erede silenzioso

    Dal libro L’erede silenzioso pubblicato nel 2011 per puntoacapo edizioni.


          Ciò che rimane

    Le luci non rischiarano il porto.
    Il faro lungo la profonda notte.
    Il movimento delle nuvole
    colloquia a bassa voce con il mare.
    In un cieco alfabeto le barche,
    lettere senza sonno,
    sognano una storia che tornerà domani.
    Nella rete di alba bianca la mite
    sorveglianza si chiude in un sereno
    miraggio. L’uomo, nel miracolo
    del silenzio, improvvisa le ultime
    indicazioni – voleranno
    pollini in cerca di testimoni –
    sparisce oltre il limite della terra.

    *

    Qui
    le voci lente
    passate dopo tante narrate
    fantasie. Ora le spente
    luci di tregua nei bar
    sui soffici caffè. Noi
    perché non chiusi a casa
    a fare il pane, dare l’ultima
    mano di vernice alle pareti,
    zittiti ai nostri altari
    quando al buio, piegati
    a guardare le strade
    sotto un cielo bianco
    di marmo,
    si cade.

    *

        Questioni familiari

               A mio padre

    Il tempo delle apparizioni degli occhi.
    Al mattino due mandorle spaccate
    da un insolito timore. Non dico
    la corruzione di sempre, ma lacrime vere
    ed uno svanire segreto, un armistizio.
    In clinica mi consegnarono i silenzi
    e gli averi. Ora ci incontriamo qualche volta
    al solito marciapiede, sbagliando sempre
    l’ora per potersi vedere.

    *

    Tempo di vivere

    Suoni, gocce sottili,
    così li ascoltano, sotto le faville
    del giorno, così li ascoltano
    i cormorani estinti, a frotte, le dita
    spezzate, la flotta verso i luoghi:
    le fabbriche, gli uffici…Navigano
    verso acqua artificiale, vanno
    abbandonati tra fiocchi di passioni.
    Intorno si preparano le sordità,
    con tutti i rumori del creato.

    Per ora ardono i collezionisti,
    i collezionisti di ore.