MARIO MORONI
Con la pubblicazione di “Osso” (Campanotto editore, 2020) Fabio De Santis, protagonista del progetto poetico di “Steve”, raggiunge quello che credo sia il punto finora più alto della sua ricerca poetica, iniziata con “L’albero del pane” (Edizioni del Laboratorio, 2006) e continuata con “L’erede silenzioso” (Puntoacapo, 2011). Il mio approccio alla poesia di De Santis sarà, per così dire, “anatomico”, nel senso che inizialmente cercherò di espandere etimologicamente il significato stesso di “osso” (in seguito tornerò specificamente sull’omonimo volume) a quello più generale di “ossatura”. Per mezzo di questa espansione etimologica vorrei tracciare i connotati della poesia desantisiana coinvolgendo progressivamente tutti e tre i suoi volumi.
Innanzitutto “osso”: un elemento duro, resistente, che costituisce l’apparato scheletrico dell’individuo e degli altri vertebrati. Ecco, già da qui mi trovo di fronte ad un segnale forte che mi conduce alla scrittura poetica desantisiana nel suo insieme. Si tratta di un’omologia tra la dimensione “anatomica” e quella costitutiva della scrittura poetica, si tratta di una dimensione “fondante”. Sto parlando di un’omologia che acquista valore primario, essenziale, ben lungi dai significati sinistri e macabri che “osso” potrebbe suggerire, ad esempio, in riferimento all’idea di “scheletro”. Si tratta invece di una funzione vitale di formazione e sostegno.
Da qui ecco prospettarsi l’idea di “ossatura”, intesa come il complesso delle ossa e la loro disposizione. Ancora più importante, per un discorso sul linguaggio poetico e sulla poesia di De Santis, è il significato più ampio di “ossatura” come formazione portante: di un edificio, di un progetto, e perche’ non ricordare che “ossatura” può riferirsi anche ad un testo letterario o di altro tipo, ad indicarne i princìpi e le tecniche compositive che lo sostengono. Dunque “ossatura” come concetto mobile e fondante allo stesso tempo, che può essere addirittura allargato a “telaio”, “intelaiatura”, “compòsito” e “ordinata”, tutti termini legati ad una dimensione costitutiva.
Una volta gettate le basi in ambito etimologico, si può iniziare a considerare l’itinerario poetico di De Santis in una chiave continuativa, una continuità attraverso la quale il poeta ha elaborato la sua ricerca a partire già dal suo primo libro, “L’albero del pane”. In quel volume Vincenzo Guarracino, nella sua introduzione, aveva individuato alcuni elementi essenziali dell’ossatura poetica desantisiana, soprattutto in riferimento ai sette “movimenti” che costituivano il libro e strutturavano un complesso percorso che Guarracino definiva “di iniziazione”. Elemento portante di questo percorso erano proprio gli alberi, che non a caso, erano nominati costantemente nel corso dei sette “movimenti”, tramite una fitta serie di nomi di alberi oppure di variazioni immaginative basate sull’albero.
Inoltre non si possono dimenticare le accurate note ai testi ed il “Poscritto” alla fine del volume, secondo una scelta piuttosto rara per un libro di poesia. Proprio nel “Poscritto” De Santis formulava specificamente l’ “ossatura” che aveva progettato per l’intero volume. Innanzitutto la presenza di almeno due personaggi poetici costitutivi di una ricerca di “indizi per la costruzione di una rinnovata visione del mondo”, secondo le parole dello stesso De Santis.
Da qui nasce il senso di un progetto in divenire, di una ricerca che si proponeva una strutturazione, un’ “ossatura” di base, per poi aprirsi a sviluppi futuri. Si trattava di una ricerca “in progress”, nella quale il poeta includeva anche l’albero del pane, come dal titolo del volume. De Santis descriveva l’albero stesso nel contesto del suo luogo geografico originario: le isole del Pacifico, intese come luogo remoto e forse immaginario. Ma l’immaginazione desantisiana si era accesa alla luce del procedimento in cui dal frutto dell’albero si passa ad una sua cottura al forno che rende la consistenza dei frutti simile a quella del pane. L’albero del pane si pone come stimolo iniziale, come molla che fa scattare molte conseguenze. Si tratta di un’idea di utopia che emerge nei testi desantisiani, di come l’utopia sia possibile e addirittura praticabile come costruzione della realtà. De Santis stesso affermava nel “Poscritto” che “se si abbia voglia di porsi il problema dell’utopia, della costruzione del reale, non sia possibile prescindere dall’immaginazione, dalla curiosità di interrogare il mondo da altre angolazioni, scegliendo di interrompere il ciclo delle abitudini. (Pagina 93).
Ossatura e utopia, due termini che sembrano perfino contraddittori, se si pensa che il primo indica struttura e fissità, mentre il secondo rimanda a qualcosa di “non visto”, “non esistente”. Eppure, eccoci di fronte al segreto del processo creativo e del linguaggio poetico: rendere percepibile ciò che non è stato ancora visto, mettere in stato di esistenza ciò che ancora non esiste. De Santis capiva bene fin dalla sua prima pubblicazione che il procedimento poetico è fatto di entrambi i termini, che non c’è contraddizione tra di essi, che anzi è proprio quella apparente contraddizione che muove l’intero processo creativo.
Questo processo continuava in “L’erede silenzioso”. Qui De Santis non ricorreva alla tradizionale prefazione scritta da altri, si assumeva invece la responsabilità di corredare il volume solo con la sua stessa “Nota” posta alla fine. Proprio qui, come pure nei testi poetici del volume, si confermava la natura “ossea”, costituiva, della poesia desantisiana, consistente nel porsi come luogo di “resistenza” di fronte allo stato di precarietà in cui si trova la parola, sempre a rischio di cadere nel silenzio. Un parola poetica che, secondo De Santis, è invece “capace di sostenere le forse impetuose di qualcosa di misterioso da rappresentare e, che si voglia o meno, chiede diritto di esistenza. In questo modo mi figuro una poesia in grado ancora di sopravvivere in un mondo dominato da frastuoni….” (Pagina 81)
Ossatura e mistero: ancora una volta due elementi all’apparenza contraddittori: fissità/invisibilità, funzione costitutiva/apertura al non detto e all’imprevisto, in realtà elementi chiave di ogni “fare” poetico, anche quando questo “fare” è dedicato a temi quali l’amore, la morte e la ricerca spirituale, i quali caratterizzavano “L’erede silenzioso”, come in questi versi della sezione intitolata “Incanti e sorprese”: “Lettere d’amore scritte in corsivo,/masticando labbra su fogli arrugginiti./Che denti sottili! E la lingua morbida,/sognante, mentre gli occhi arrotolano/alfabeti. Un ticchettio nell’aria:/una sveglia? No, una tortora in vacanza/sul balcone….. (Pagina 12).
Infine, lo stesso De Santis nella sua “Nota” individuava l’eredità silenziosa come possibilità che permette alla vita di continuare, grazie anche al segreto di una essenzialità che il poeta definiva “impronunciabile”. A proposito di essenzialità, come non tornare alla sfera etimologica e pensare all’essenzialità stessa come qualcosa di “ridotto all’osso”, che è una delle moltissime espressioni idiomatiche basate sulla parola “osso”. Proprio all’ “osso” arriverà in seguito De Santis con il suo volume del 2020.
Nella sua prefazione a “Osso” Carlo A. Sitta ritorna all’”Albero del pane” in riferimento alla connessione tra “assenza” e “miraggio”, allora presente in quella che ho definito l’”ossatura” desantisiana. Sitta però aggiunge ora due nuovi importanti elementi presenti in “Osso”: la presenza e la metamorfosi, entrambi parti di una poetica che Sitta, non a caso, definisce un’ “architettura in fieri”, un’espressione non dissimile dalla mia idea di “ossatura dinamica”.
Se in “L’albero del pane” assenza e miraggio erano legati ad una scrittura in movimento, in cerca di un orizzonte, in “Osso” De Santis offre poesie connotate da una “presenza” poetica realizzata però attraverso il tema dell’amore di coppia, del resto due personaggi erano già emersi in “L’albero del pane”. Questo tema si ripresenta in chiave sia volutamente “anacronistica”, opposta agli psichismi presenti in tanta poesia odierna, sia come elemento energetico, propositivo e dirompente, che Sitta ricollega ad una matrice marxista-surrealista, nel senso che ogni unione di coppia costituisce un atto contagioso e di rivolta. Si tratta di uno sviluppo interessante della poesia desantisiana, un’ulteriore tappa di quell’itinerario aperto a nuovi orizzonti e, nello stesso tempo, fondante, fatto di elementi costitutivi. Sitta individua un vero e proprio “ribaltamento, che sa di inversione di rotta, di navigazione che, nel cerchio dell’orizzonte, scopre e attinge un approdo, sia pure in un mare sempre aperto”. (Pagina 8)
Il senso di “presenza” convive però con un orizzonte aperto, appunto in “metamorfosi”. Direi che presenza e metamorfosi sono anche gli elementi che in “Osso” rendono la poesia di De Santis ridotta, appunto, all’osso, inteso come elemento essenziale, addirittura etico ed esistenziale, se si pensa che la “riduzione all’osso”, suggerisce anche un affrontare le questioni ultime sia della poesia che della vita, una messa a nudo del poeta e del linguaggio di fronte al mondo, di fronte alla possibilità del linguaggio di nominare il mondo.
Con una serie di passaggi progressivi, attraverso tre volumi di poesia, De Santis arriva a porre domande fondamentali per chiunque voglia fare poesia oggi. L’idea di “osso” nelle sue molteplici valenze etimologiche, semantiche, idiomatiche, che si è cercato di portare alla luce, appare quindi come uno strumento necessario per porre domande sulla funzione della poesia, sul suo valore linguistico e tematico, sulla presenza della scrittura come avventura in territori sconosciuti o immaginari, come strumento necessario a chiunque voglia non solo praticare la poesia, ma anche porsi il problema dell’utopia, come aveva dichiarato lo stesso De Santis fin dal 2006, nel “Poscritto” dell’ “Albero del pane”. Ebbene tutte le domande prospettate sopra potranno trovare una risposta solo a partire da un condizione portata all’ “osso”, un oggetto scarno, scarnificato e proprio per questo essenziale.
E’ il momento di lasciar parlare i versi di De Santis, in attesa di nuovi sviluppi del suo itinerario poetico, versi in cui la dimensione ossea non preclude la fisicità e la presenza corporale, un corpo umano fatto di carne ed ossa, ma che trova nell’elemento osseo la metafora poetica della propria verità costitutiva:
I corpi pieni bianchi di biancospino;
i corpi liberi di aprile e veri;
i corpi neri di magma luca
incandescente
su questa voce
su tali involucri appoggiati l’uno all’altro
ora così pieni e così veri,
imprecisi o perfetti con nodi sporgenti,
affacciati sulla via, guardando noi soltanto
gemendo.
Noi che morivamo stiamo vivendo