Dalla prefazione di Vincenzo Guarracino a L’albero del Pane edito da Edizioni del Laboratorio nel 2006.
Gli alberi, diceva il grande poeta indiano Rabindranath Tagore, “sono lo sforzo infinito della terra per parlare al cielo in ascolto”, ma anche, aggiungiamo noi, per comunicare con gli umani, ponendosi a un punto di intersezione di uno spazio che aspetta di essere agito, di ricevere e dare un senso. In essi, simbolo della vita stessa del cosmo, della sua crescita, generazione e rigenerazione, l’umanità ha da sempre amato vedere, come in una sorta di proiezione del desiderio, l’emblema archetipico dello spazio materno e ospitale e al tempo stesso il più perfetto equivalente della propria ansia di assoluto e di comunione con la Natura, attraverso l’interrogazione e decifrazione del gran Mistero inscritto nel suo essenziale messaggio, come ha mirabilmente insegnato il Baudelaire di Corrispondenze.
È a questo che viene fatto di pensare leggendo L’albero del pane di Fabio De Santis, che appare essere ben più di una semplice raccolta di liriche, tenute insieme da un particolare motivo tematico, nel momento in cui pagina dopo pagina si rivela dotata di una coerenza poematica e narrativa perseguita con dichiarata volontà: l’impressione di trovarsi tra le creature di una foresta viva e proliferante, dove ogni cosa sia posta a gelosa tutela e garanzia di un significato, quasi elemento di un Codice, personale e nello stesso tempo universale, in cui si celi la verità stessa della vita e il segreto dell’immaginario di ognuno, foresta da praticarsi con le mappe della scrittura, con l’ausilio di una parola energetica e salvifica, quale è quella della poesia.

Quattro poesie da L’albero del Pane
A piene mani in una terra orientale,
o artica, o slava, nel bianco,
nella sabbia. Nella piena del fiume,
nella rabbia, la vela ossidata
sul mediterraneo. Nell’orario
aurale della pesca i pescatori
in rete di fama e
quelli in cerca di una lisca
di terra. Gli uomini presi,
gli uomini persi nella rete.
*
Non hai risposto; eppure
ti ho portato quella tela,
gli acquerelli: sono ancora
intonsi nella busta della spesa.
Gettati su una riva da una densità
di sale, ancora viva la paura
di affondare in un caos di lingue
e colori. Ti dico parlami,
raccontami la disperanza: un
barcone, una carie nel cuore,
la terra nelle calze.
Siamo il grano che rinasce
solo se prima muore. Forse
questa la risposta innata
al quesito rotolato nel burrone
e non recuperato.
*
La verità, l’inservibile residuo
nella coppa. I grandi uccelli di mare
chiamano a guardare le vele
che andranno a consumarsi nelle gole
di un dolce urlo, nella zuffa
di un reticolato di frontiera,
in una botola vulcanica, su un’isola
persa. Mentre stretti rubinetti di mare
cristallizzano: sono fermi viali
alberati e non preparano il ritorno.
Nessun ritorno.
*
Queste insegne, queste pensiline,
sulla riva della strada si sta
come le pietre, o i bruchi al mercato
dei pendolari: sono i capouffici,
i manager, i manovali,
sono i passanti che non passano, eppure
da qui non torneranno.

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