Autore: Fabio De Santis

  • Osso

    Osso


    Presenza e metamorfosi
    di Carlo Alberto Sitta

    Ne “L’albero del pane”, la prima raccolta di poesie di Fabio De Santis, il prefatore Vincenzo Guarracino inquadrava quell’esordio tra due poli interconnessi, “assenza” e “miraggio”. Lettura corretta, trattandosi nel caso di una scrittura in equilibro progressivo di sottrazione e nominazione. In quella significativa ricerca emergeva una caratteristica che sarebbe poi diventata una costante: scrivere come viandanti in cerca di un orizzonte, laddove, fuor di metafora, le parole si cercano per comporsi e ricomporsi in una poetica. Il che dona alla scrittura un elemento di forte identità, sul piano del senso e delle interne relazioni. Anche se la poetica resta poi sempre un’architettura in fieri, una catasta di travi da montare. Ora non si smentisce il rapporto iniziale, in questo nuovo libro, dato che vi permane l’assenza come certezza palpabile, un vuoto pieno di cose, quelle stesse che alimentano la fata morgana delle visioni e delle nominazioni. Intanto il miraggio, fonte di aspettative, ha avuto tempo e occasioni per misurarsi con eventi e accadimenti. La poesia resta sempre la testimone, innocente e partecipe, di ciò che il mondo esprime nel bene e nel male. Su questi approdi Fabio De Santis aggiunge un reperto per certi aspetti imprevedibile: in questa raccolta, c’è un osso scoperto che emerge, o meglio un sottofondo che in buon sostanza è la parte solidificata di un nervo. Il carattere oggettivo e correlato della scrittura tende a puntare l’indice, comunque mitico, in altra direzione, a ricomporsi in una diversa dicotomia, questa volta tra presenza e metamorfosi. Un ribaltamento che sa di inversione di rotta, di navigazione che, nel cerchio dell’orizzonte, scopre e attinge un approdo, sia pure in un mare sempre aperto.


    Quattro Poesie

    Questa notte mentre non c’eri ti ho baciato senza sosta
    e mi hai chiesto: “Cos’è quest’osso
    che mi hai lasciato nella bocca?”.
    Ho risposto: “Non so, non saprei dire, non posso.
    Forse è sempre stato lì, è tutto quel che resta dell’inverno”.

    I balestrucci tornano nel vagone del vento,
    non curandosi del viaggio e del tempo.

    Mi fermo sul tuo fianco, accendo un fuoco,
    ti aspetto un poco, arrivi presto, sei sempre stata qui
    come lo sfondo dietro il volo degli uccelli.
    Ma ora sei acqua che disseta i greti
    per farci navigare fino all’orlo estremo del mare.

    *

    Sono il cedro,
    l’albero del tempo,
    dove stringi le tue cosce intorno
    al legno, mentre goccioli parole
    e turbamento nel verde delle ferme ali.
    Ti portano lontano nell’Oriente,
    a volte solo dietro l’angolo
    a un passo dall’abisso, oppure
    tra le rughe dell’aria
    in mezzo a un altro tempo.
    Così passeggi tra la gente
    che nulla conosce veramente del tuo corpo
    emerso nei miei occhi come un’altra età.

    *

    Luna

    Dovremmo, sai, aggrapparci
                a qualcosa
    per mantenere – si fa per dire – i piedi
    in terra.
          “Lasciando impronte ci ricorderanno?”
    domandi pallida.

    E guardo i segni dei tuoi tacchi e le orme delle tennis.

    Saranno trascorsi cinquant’anni dall’ultima volta
    che ci ha presi nella sua solitudine.

         Ma sarà importante farsi ricordare…
    penso a voce alta.

    Non ci sono suoni, non un rumore
    per distoglierci dal nostro passeggiare.

          E noi, sai, dovremmo solo
    aggrapparci a qualcosa
    per non lasciarci andare.

    *

    Niente

    Viviamo della vita e abitiamo
    nella morte.

             Dalla vita
    rubiamo degli strani oggetti
    impilandoli nella collezione
    dei simboli.

            Guardandoli
    dal nostro divenire
    nel niente

           sappiamo
    quanto siamo disposti a perdere.
    E così
      per più morire
    bisogna più amare.

    In ognuno di questi baci
    vedo una lacrima scivolare,
    infine. nel secchio da versare.

  • L’albero del Pane

    L’albero del Pane

    Dalla prefazione di Vincenzo Guarracino a L’albero del Pane edito da Edizioni del Laboratorio nel 2006.


    Gli alberi, diceva il grande poeta indiano Rabindranath Tagore, “sono lo sforzo infinito della terra per parlare al cielo in ascolto”, ma anche, aggiungiamo noi, per comunicare con gli umani, ponendosi a un punto di intersezione di uno spazio che aspetta di essere agito, di ricevere e dare un senso. In essi, simbolo della vita stessa del cosmo, della sua crescita, generazione e rigenerazione, l’umanità ha da sempre amato vedere, come in una sorta di proiezione del desiderio, l’emblema archetipico dello spazio materno e ospitale e al tempo stesso il più perfetto equivalente della propria ansia di assoluto e di comunione con la Natura, attraverso l’interrogazione e decifrazione del gran Mistero inscritto nel suo essenziale messaggio, come ha mirabilmente insegnato il Baudelaire di Corrispondenze.

    È a questo che viene fatto di pensare leggendo L’albero del pane di Fabio De Santis, che appare essere ben più di una semplice raccolta di liriche, tenute insieme da un particolare motivo tematico, nel momento in cui pagina dopo pagina si rivela dotata di una coerenza poematica e narrativa perseguita con dichiarata volontà: l’impressione di trovarsi tra le creature di una foresta viva e proliferante, dove ogni cosa sia posta a gelosa tutela e garanzia di un significato, quasi elemento di un Codice, personale e nello stesso tempo universale, in cui si celi la verità stessa della vita e il segreto dell’immaginario di ognuno, foresta da praticarsi con le mappe della scrittura, con l’ausilio di una parola energetica e salvifica, quale è quella della poesia.



    Quattro poesie da L’albero del Pane

    A piene mani in una terra orientale,
    o artica, o slava, nel bianco,
    nella sabbia. Nella piena del fiume,
    nella rabbia, la vela ossidata
    sul mediterraneo. Nell’orario
    aurale della pesca i pescatori
    in rete di fama e
    quelli in cerca di una lisca
    di terra. Gli uomini presi,
    gli uomini persi nella rete.

    *

    Non hai risposto; eppure
    ti ho portato quella tela,
    gli acquerelli: sono ancora
    intonsi nella busta della spesa.
    Gettati su una riva da una densità
    di sale, ancora viva la paura
    di affondare in un caos di lingue
    e colori. Ti dico parlami,
    raccontami la disperanza: un
    barcone, una carie nel cuore,
    la terra nelle calze.
    Siamo il grano che rinasce
    solo se prima muore. Forse
    questa la risposta innata
    al quesito rotolato nel burrone
    e non recuperato.

    *

    La verità, l’inservibile residuo
    nella coppa. I grandi uccelli di mare
    chiamano a guardare le vele
    che andranno a consumarsi nelle gole
    di un dolce urlo, nella zuffa
    di un reticolato di frontiera,

    in una botola vulcanica, su un’isola
    persa. Mentre stretti rubinetti di mare
    cristallizzano: sono fermi viali
    alberati e non preparano il ritorno.
    Nessun ritorno.

    *

    Queste insegne, queste pensiline,
    sulla riva della strada si sta
    come le pietre, o i bruchi al mercato
    dei pendolari: sono i capouffici,
    i manager, i manovali,
    sono i passanti che non passano, eppure
    da qui non torneranno.

  • L’erede silenzioso

    L’erede silenzioso

    Dal libro L’erede silenzioso pubblicato nel 2011 per puntoacapo edizioni.


          Ciò che rimane

    Le luci non rischiarano il porto.
    Il faro lungo la profonda notte.
    Il movimento delle nuvole
    colloquia a bassa voce con il mare.
    In un cieco alfabeto le barche,
    lettere senza sonno,
    sognano una storia che tornerà domani.
    Nella rete di alba bianca la mite
    sorveglianza si chiude in un sereno
    miraggio. L’uomo, nel miracolo
    del silenzio, improvvisa le ultime
    indicazioni – voleranno
    pollini in cerca di testimoni –
    sparisce oltre il limite della terra.

    *

    Qui
    le voci lente
    passate dopo tante narrate
    fantasie. Ora le spente
    luci di tregua nei bar
    sui soffici caffè. Noi
    perché non chiusi a casa
    a fare il pane, dare l’ultima
    mano di vernice alle pareti,
    zittiti ai nostri altari
    quando al buio, piegati
    a guardare le strade
    sotto un cielo bianco
    di marmo,
    si cade.

    *

        Questioni familiari

               A mio padre

    Il tempo delle apparizioni degli occhi.
    Al mattino due mandorle spaccate
    da un insolito timore. Non dico
    la corruzione di sempre, ma lacrime vere
    ed uno svanire segreto, un armistizio.
    In clinica mi consegnarono i silenzi
    e gli averi. Ora ci incontriamo qualche volta
    al solito marciapiede, sbagliando sempre
    l’ora per potersi vedere.

    *

    Tempo di vivere

    Suoni, gocce sottili,
    così li ascoltano, sotto le faville
    del giorno, così li ascoltano
    i cormorani estinti, a frotte, le dita
    spezzate, la flotta verso i luoghi:
    le fabbriche, gli uffici…Navigano
    verso acqua artificiale, vanno
    abbandonati tra fiocchi di passioni.
    Intorno si preparano le sordità,
    con tutti i rumori del creato.

    Per ora ardono i collezionisti,
    i collezionisti di ore.