Di seguito la prefazione di Carlo Alberto Sitta e quattro poesie inedite contenute nel libro “Osso” pubblicato nel 2020 per la Campanotto Editore Poesia.
Presenza e metamorfosi di Carlo Alberto Sitta
Ne “L’albero del pane”, la prima raccolta di poesie di Fabio De Santis, il prefatore Vincenzo Guarracino inquadrava quell’esordio tra due poli interconnessi, “assenza” e “miraggio”. Lettura corretta, trattandosi nel caso di una scrittura in equilibro progressivo di sottrazione e nominazione. In quella significativa ricerca emergeva una caratteristica che sarebbe poi diventata una costante: scrivere come viandanti in cerca di un orizzonte, laddove, fuor di metafora, le parole si cercano per comporsi e ricomporsi in una poetica. Il che dona alla scrittura un elemento di forte identità, sul piano del senso e delle interne relazioni. Anche se la poetica resta poi sempre un’architettura in fieri, una catasta di travi da montare. Ora non si smentisce il rapporto iniziale, in questo nuovo libro, dato che vi permane l’assenza come certezza palpabile, un vuoto pieno di cose, quelle stesse che alimentano la fata morgana delle visioni e delle nominazioni. Intanto il miraggio, fonte di aspettative, ha avuto tempo e occasioni per misurarsi con eventi e accadimenti. La poesia resta sempre la testimone, innocente e partecipe, di ciò che il mondo esprime nel bene e nel male. Su questi approdi Fabio De Santis aggiunge un reperto per certi aspetti imprevedibile: in questa raccolta, c’è un osso scoperto che emerge, o meglio un sottofondo che in buon sostanza è la parte solidificata di un nervo. Il carattere oggettivo e correlato della scrittura tende a puntare l’indice, comunque mitico, in altra direzione, a ricomporsi in una diversa dicotomia, questa volta tra presenza e metamorfosi. Un ribaltamento che sa di inversione di rotta, di navigazione che, nel cerchio dell’orizzonte, scopre e attinge un approdo, sia pure in un mare sempre aperto.
Quattro Poesie
Questa notte mentre non c’eri ti ho baciato senza sosta e mi hai chiesto: “Cos’è quest’osso che mi hai lasciato nella bocca?”. Ho risposto: “Non so, non saprei dire, non posso. Forse è sempre stato lì, è tutto quel che resta dell’inverno”.
I balestrucci tornano nel vagone del vento, non curandosi del viaggio e del tempo.
Mi fermo sul tuo fianco, accendo un fuoco, ti aspetto un poco, arrivi presto, sei sempre stata qui come lo sfondo dietro il volo degli uccelli. Ma ora sei acqua che disseta i greti per farci navigare fino all’orlo estremo del mare.
*
Sono il cedro, l’albero del tempo, dove stringi le tue cosce intorno al legno, mentre goccioli parole e turbamento nel verde delle ferme ali. Ti portano lontano nell’Oriente, a volte solo dietro l’angolo a un passo dall’abisso, oppure tra le rughe dell’aria in mezzo a un altro tempo. Così passeggi tra la gente che nulla conosce veramente del tuo corpo emerso nei miei occhi come un’altra età.
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Luna
Dovremmo, sai, aggrapparci a qualcosa per mantenere – si fa per dire – i piedi in terra. “Lasciando impronte ci ricorderanno?” domandi pallida.
E guardo i segni dei tuoi tacchi e le orme delle tennis.
Saranno trascorsi cinquant’anni dall’ultima volta che ci ha presi nella sua solitudine.
Ma sarà importante farsi ricordare… penso a voce alta.
Non ci sono suoni, non un rumore per distoglierci dal nostro passeggiare.
E noi, sai, dovremmo solo aggrapparci a qualcosa per non lasciarci andare.
*
Niente
Viviamo della vita e abitiamo nella morte.
Dalla vita rubiamo degli strani oggetti impilandoli nella collezione dei simboli.
Guardandoli dal nostro divenire nel niente
sappiamo quanto siamo disposti a perdere. E così per più morire bisogna più amare.
In ognuno di questi baci vedo una lacrima scivolare, infine. nel secchio da versare.
Dalla prefazione di Vincenzo Guarracino a L’albero del Pane edito da Edizioni del Laboratorio nel 2006.
Gli alberi, diceva il grande poeta indiano Rabindranath Tagore, “sono lo sforzo infinito della terra per parlare al cielo in ascolto”, ma anche, aggiungiamo noi, per comunicare con gli umani, ponendosi a un punto di intersezione di uno spazio che aspetta di essere agito, di ricevere e dare un senso. In essi, simbolo della vita stessa del cosmo, della sua crescita, generazione e rigenerazione, l’umanità ha da sempre amato vedere, come in una sorta di proiezione del desiderio, l’emblema archetipico dello spazio materno e ospitale e al tempo stesso il più perfetto equivalente della propria ansia di assoluto e di comunione con la Natura, attraverso l’interrogazione e decifrazione del gran Mistero inscritto nel suo essenziale messaggio, come ha mirabilmente insegnato il Baudelaire di Corrispondenze.
È a questo che viene fatto di pensare leggendo L’albero del pane di Fabio De Santis, che appare essere ben più di una semplice raccolta di liriche, tenute insieme da un particolare motivo tematico, nel momento in cui pagina dopo pagina si rivela dotata di una coerenza poematica e narrativa perseguita con dichiarata volontà: l’impressione di trovarsi tra le creature di una foresta viva e proliferante, dove ogni cosa sia posta a gelosa tutela e garanzia di un significato, quasi elemento di un Codice, personale e nello stesso tempo universale, in cui si celi la verità stessa della vita e il segreto dell’immaginario di ognuno, foresta da praticarsi con le mappe della scrittura, con l’ausilio di una parola energetica e salvifica, quale è quella della poesia.
Quattro poesie da L’albero del Pane
A piene mani in una terra orientale, o artica, o slava, nel bianco, nella sabbia. Nella piena del fiume, nella rabbia, la vela ossidata sul mediterraneo. Nell’orario aurale della pesca i pescatori in rete di fama e quelli in cerca di una lisca di terra. Gli uomini presi, gli uomini persi nella rete.
*
Non hai risposto; eppure ti ho portato quella tela, gli acquerelli: sono ancora intonsi nella busta della spesa. Gettati su una riva da una densità di sale, ancora viva la paura di affondare in un caos di lingue e colori. Ti dico parlami, raccontami la disperanza: un barcone, una carie nel cuore, la terra nelle calze. Siamo il grano che rinasce solo se prima muore. Forse questa la risposta innata al quesito rotolato nel burrone e non recuperato.
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La verità, l’inservibile residuo nella coppa. I grandi uccelli di mare chiamano a guardare le vele che andranno a consumarsi nelle gole di un dolce urlo, nella zuffa di un reticolato di frontiera,
in una botola vulcanica, su un’isola persa. Mentre stretti rubinetti di mare cristallizzano: sono fermi viali alberati e non preparano il ritorno. Nessun ritorno.
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Queste insegne, queste pensiline, sulla riva della strada si sta come le pietre, o i bruchi al mercato dei pendolari: sono i capouffici, i manager, i manovali, sono i passanti che non passano, eppure da qui non torneranno.
Dal libro L’erede silenzioso pubblicato nel 2011 per puntoacapo edizioni.
Ciò che rimane
Le luci non rischiarano il porto. Il faro lungo la profonda notte. Il movimento delle nuvole colloquia a bassa voce con il mare. In un cieco alfabeto le barche, lettere senza sonno, sognano una storia che tornerà domani. Nella rete di alba bianca la mite sorveglianza si chiude in un sereno miraggio. L’uomo, nel miracolo del silenzio, improvvisa le ultime indicazioni – voleranno pollini in cerca di testimoni – sparisce oltre il limite della terra.
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Qui le voci lente passate dopo tante narrate fantasie. Ora le spente luci di tregua nei bar sui soffici caffè. Noi perché non chiusi a casa a fare il pane, dare l’ultima mano di vernice alle pareti, zittiti ai nostri altari quando al buio, piegati a guardare le strade sotto un cielo bianco di marmo, si cade.
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Questioni familiari
A mio padre
Il tempo delle apparizioni degli occhi. Al mattino due mandorle spaccate da un insolito timore. Non dico la corruzione di sempre, ma lacrime vere ed uno svanire segreto, un armistizio. In clinica mi consegnarono i silenzi e gli averi. Ora ci incontriamo qualche volta al solito marciapiede, sbagliando sempre l’ora per potersi vedere.
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Tempo di vivere
Suoni, gocce sottili, così li ascoltano, sotto le faville del giorno, così li ascoltano i cormorani estinti, a frotte, le dita spezzate, la flotta verso i luoghi: le fabbriche, gli uffici…Navigano verso acqua artificiale, vanno abbandonati tra fiocchi di passioni. Intorno si preparano le sordità, con tutti i rumori del creato.
Per ora ardono i collezionisti, i collezionisti di ore.